Grazia Deledda Racconti sardi Introduzione Grazia Deledda pubblic gli otto Racconti sardi nel 1894, presso Giuseppe Dess di Sassari. Aveva 23 anni; fino ad allora aveva pubblicato una serie di racconti, e alcuni romanzi, rifacendosi alla letteratura d'appendice, e rivolgendosi soprattutto a un pubblico femminile. Nel leggere i Racconti sardi, di poco posteriori a queste prove, si ha l'impressione di entrare in un laboratorio. Tutti i motivi che troveranno in seguito una loro evoluzione, fino ai grandi romanzi, soprattutto per me da Elias Portolu (1903) in poi, sono presenti in questi racconti: la ricerca linguistica, il mondo pastorale, i paesaggi, l'etica di un mondo patriarcale, nel quale il male e il bene sono vissuti come ineluttabili, innervati nella societ chiusa, che non ha alternative o speranze di cambiamento.Questo laboratorio era stato aperto dalla collaborazione della Deledda alla Rivista delle tradizioni popolari di Angelo De Gubernatis, uno dei suoi primi estimatori; questi le aveva chiesto, nell'ambito di un progetto pi generale sulle tradizioni folkloriche, di raccogliere materiale sulla sua citt, Nuoro. Il frutto di questa collaborazione cominciata nel 1892, erano stati vari articoli, poi riuniti in un volume nel 1895. Credo che anche la conoscenza di Enrico Costa, lo scrittore archivista sassarese, romanziere e cultore di storia sarda e di tradizioni popolari, possa aver avuto una sua influenza; Costa era infatti uno degli interlocutori della Deledda in quegli anni.Se definisco un laboratorio i Racconti sardi, lo faccio senza pretese di critico letterario, che non sono. Lo faccio da lettore quasi onnivoro, che ha avuto con i libri della Deledda un rapporto molto simile a quello di molti altri sardi, nuoresi e barbaricini inclusi. A casa dei miei nonni materni i libri della Deledda c'erano praticamente tutti, spesso nelle prime edizioni. Io li lessi diligentemente, poich allepoca leggevo di tutto. Non mi piacevano, per, per le ragioni del tutto esterne, non letterarie, per cui non piacevano a tanti altri: il vago disagio di accettare lesistenza di un mondo che, da sassarese e quindi cittadino di una citt che allora si considerava, e forse era, colta, io rifiutavo come arretrato, da cui prendere le distanze. Non un caso che fra gli estimatori sardi della scrittrice nuorese vi fossero alcuni degli intellettuali e artisti pi attenti a quel mondo, come appunto Enrico Costa o Biasi, che ne aveva dato una sua interpretazione pittorica originale. L'antropologia come scienza era ancora assai lontana da una sua maturit, e sul piano accademico, nelle universit, fortemente minoritaria. Non avevo, io come tanti altri, alcuna preparazione specifica per comprendere la complicata, affascinante ricerca della Deledda, la sua operazione letteraria, la sua descrizione di un mondo che trasfigurava la realt in qualcosa di eterno, quasi fuori del tempo, ma realisticamente ancorato al paesaggio, agli uomini e alle donne da cui prendeva le mosse.In anni recenti, dopo una vita spesa in continente, i ritorni pi frequenti nell'isola, il superamento di quel provincialismo che mi aveva allontanato dai libri della Deledda, me la ha fatta riscoprire, e ho divorato moltissimi dei suoi libri come se li avessi letti per la prima volta, e in fondo era cos. Racconto questa vicenda personale, che ovviamente non ha alcun interesse particolare, solo per illustrare ci che in fondo accaduto a tanti; per comprendere, e apprezzare, la Deledda, occorre superare un approccio impressionistico, una sua collocazione puntuale in categorie letterarie come il verismo, la letteratura regionale, il naturalismo. Occorre, soprattutto, liberarsi dall'idea che la scrittrice si accosti a quel mondo con giudizi di valore, che lo descriva con distacco da entomologa e che ne prenda le distanze, come ha fatto nella sua vita reale lasciando Nuoro e guardando tenacemente fuori del mondo della sua infanzia e giovinezza.Non avevo letto i Racconti sardi a suo tempo; li ho letti ora con la consapevolezza di cui ho detto, con la raggiunta maturit di lettore adulto che come tanti ha visto trasformarsi il suo rapporto con la Sardegna, da isola dalla quale andare via, a luogo da comprendere, e amare se si vuole, ma soprattutto non giudicare e condannare sommariamente; la raggiunta consapevolezza, grazie al progresso della nostra sensibilit, che il mondo dei sardi della nostra giovinezza non era solo primitivo e arretrato e quindi inferiore, ma era un mondo con suoi valori, suoi caratteri, e quindi non inferiore, ma diverso da altri mondi pure sardi, di cittadini inurbati e, direbbe la Deledda, laureati.Ho quindi imparato a scoprire quel mondo e a cominciare a comprendere la scrittrice nuorese, anche in queste prove giovanili e minori; anzi, proprio per la natura sperimentale, per la evidente incertezza di molti passaggi, di contenuto e linguistici, tanto pi interessanti per seguire un percorso che l'ha portata fino al Nobel. Un Nobel assegnato con la piena consapevolezza di ci che la Deledda ha voluto creare: Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale nella sua appartata isola natale e che con profondit e con calore tratta problemi di generale interesse umano. Profondit e calore, appunto, che segnano la sua originalit rispetto alle correnti prevalenti al suo tempo.I Racconti sardi, in definitiva, sono una piccola antologia di ci che la scrittrice avrebbe realizzato, con progressiva finezza e con una ricerca continua, nelle opere mature. Nel primo racconto, Di notte, il paesaggio, segnato dalla furia degli elementi, fa da contrappunto alla feroce determinazione del padre e degli zii di vendicare il disonore della famiglia, uccidendo luomo che aveva reso madre Simona e poi laveva abbandonata: Il vento, la pioggia, i tuoni scrosciavano fuori con indicibile fragore; parevano urli umani e rovinare di montagne; la giusta ira di Dio per il delitto che consumavasi in quella casa nera e desolata, abitata da demoni in vesta d'uomini.Uomini che non potevano non uccidere, perch non conoscevano altra morale, e credevano che il loro dio fosse crudele come loro: Nessun fremito di paura o di esitazione passava in quei cuori induriti da una vita aspra e stentata, che avevano per religione la vendetta, l'odio per Dio.Una notte essi avevano giurato, intorno a quello stesso focolare, su quel medesimo fuoco che mai non si spegneva, di lavare col sangue l'offesa ricevuta, e, attesa per mesi ed anni, finalmente giungeva l'ora sognata.E si accingevano a uccidere un uomo con un raccoglimento quasi religioso, sicuri di fare un dovere, convinti di mancarvi se perdonavano, a fronte alta, davanti a quel Dio di cui ignoravano le massime, che supponevano crudele al pari di loro...Un delitto quindi necessario, ma dolente, come se questa necessit fosse subita, pi che vissuta con la soddisfazione del dovere compiuto. Infatti, accade un fatto inatteso: la bambina che era all'origine del delitto ascolta e vede tutto, e sviene. come un deus ex machina nella tragedia senza tempo; i parenti trasferiscono tutta la loro attenzione sulla bambina per la cui vita temono, e l'innocenza alla fine ha la meglio, il padre che l'aveva abbandonata viene lasciato andare.Una situazione simile si ha nel racconto Il padre. Qui un giovane pastore, bello, ma con l'espressione dura di chi fatica ogni giorno in un mondo immutabile, si innamora di una giovane esile, bionda, figlia di un cantoniere; un amore vissuto di nascosto, fatto di brevi incontri mentre la ragazza va a prendere l'acqua, eppure drammatico nella consapevolezza del giovane di non poter ancora mettere su casa. Un tema ricorrente in questi racconti, che parlano di povert sopportata dignitosamente, e della fatica di sollevarsi. Una sera il pastore guarda furtivamente dentro una stanza, e vede la sua donna in atteggiamento tenero con un ingegnere che per lavoro era arrivato alla cantoniera. L'uccisione dell'uomo ancora una volta l'unica possibilit che si offre allinnamorato tradito. Ma quando egli sta per esplodere il colpo, si avvede che i lineamenti del viso dell'ingegnere sono gli stessi della giovane; infatti ella la figlia; perci, ancora una volta, un feroce omicidio, apparentemente ineluttabile, non viene compiuto. Vi per un seguito, che introduce un altro tema caro alla Deledda: la giovane nega che sua madre si sia macchiata della colpa delladulterio, una vergogna indicibile, e per proteggerne la memoria vuole far credere al pastore di essere davvero lamante dellingegnere. Egli per non le crede, e l'amore finisce per vincere ancora una volta.Mi sono dilungato su questi due racconti perch vi in essi una spia della ricerca della scrittrice; il male assoluto, scritto nella condizione esistenziale di quegli uomini, pastori che hanno solo la vendetta come valore, e l'assassinio come soluzione necessaria. Tuttavia, la Deledda inserisce nel racconto elementi esterni, eventi che infine impediscono il male. una soluzione in qualche modo meccanica, non pienamente risolta nella psicologia dei personaggi, ma mostra come la scrittrice volesse quasi indicare una via duscita, dare spazio se non a una speranza, che negata dalla descrizione stessa dei personaggi, almeno a una loro coscienza del male, una presa d'atto della enormit delle loro scelte.Contraddizioni che si insinuano in una descrizione cupa, drammatica, come ho ricordato, degli uomini e dei paesaggi.Altre novelle documentano un diverso interesse, legato alle tradizioni popolari: le novelle che raccontano di un mondo magico,nel quale anche episodi forse accaduti, come nel caso dei racconti Il mago e Ancora magie, vengono trasfigurati, trasportati in un mondo di leggende popolari, un altro aspetto della societ sarda, percorsa da credenze che hanno attraversato i secoli. L'apertura de Il mago molto bella, ci trasporta con naturalezza in un mondo realisticamente descritto, ma poetico e a suo modo gi magico.Vivevano in fondo al villaggio, uno dei pi forti e pittoreschi villaggi delle montagne del Logudoro, anzi la loro casetta nera e piccina era proprio l'ultima, e guardava gi per le chine, coperte di ginestre e di lentischi a grandi macchie.Filando ritta sulla porta, Saveria vedeva il mare in lontananza, nell'estremo orizzonte, confuso col cielo di platino in estate, nebbioso in inverno: cucendo presso la finestra scorgeva una immensit di vallate stendentisi ai piedi delle sue montagne, e sentiva il caldo profumo delle messi d'oro ondeggianti al sole, e il sussulto del torrente che scorreva fra le roccie e i roveti montani.In questo paesaggio felice la sterilit della donna un dispiacere enorme, cui un mago pu rimediare. La Deledda descrive qui, e nel racconto successivo, un mondo nel quale la fiducia nel soprannaturale, nella magia, del tutto naturale, parte di un modo di vedere la vita, anche quando vi sono scettici che tuttavia debbono infine ricredersi.Qui la scrittrice tenta strade diverse, i dialoghi si svolgono in modo piano, i personaggi vivono con serenit la loro condizione:Saveria scorreva la vita pi felice che si possa immaginare, accanto al suo giovane sposo dai grandi occhi ardenti e le labbra rosse come i frutti delle eriche fra cui conduceva i suoi armenti, la sola sua ricchezza. Si chiamava Antonio. Anch'esso dacch aveva sposato la piccola signora dei suoi sogni da pastore, viveva felicissimo; per una leggera nuvola era apparsa dopo due anni di completa felicit sul cielo sereno della sua esistenza.Personaggi e linguaggio, dunque, che descrivono ancora un mondo diverso, arcaico ma non duro, anzi in fondo sereno e persino ironico, come nella chiusa di Ancora magie.A una atmosfera sognante ci riporta anche La dama bianca. La storia di un tesoro, che infine si dilegua per una beffa del destino, la chiave per descrivere un mondo di storie vere in una terra di leggende, nella quale il sogno e la realt si confondono.L'andamento quello del racconto che vuole essere cronaca di un fatto,ma che mantiene tutto il fascino sognante della leggenda tramandata di generazione in generazione.Era una notte di maggio del 1873. In una capanna perduta nelle cussorgias solitarie del villaggio di zio Salvatore, due giovani pastori dormivano accanto al fuoco semi-spento. Fuori, vicino alla capanna, le vacche dormivano nell'ovile di pietre e di siepe, e la luna d'aprile, tramontando sull'occidente di un bel roseo flavo, illuminava la campagna sterminata, nera, chiusa da montagne nude, a picco. A un certo punto uno dei pastori si svegli, e rizzandosi a sedere guard se albeggiava.Atmosfere fantastiche, nelle quali sono immersi personaggi appena abbozzati, sono nel racconto Macchiette, curiosi bozzetti che descrivono paesaggi dall'alba alla notte fonda. In lontananza, alte montagne a picco, velate di vapori azzurri e ardenti, chiudono in circolo l'orizzonte infuocato. Sotto l'aria ferma, irrespirabile, nello splendore piovente dal cielo di metallo, i soveri nani, lussureggianti, proiettano corte penombre verdastre sul suolo arido, sui massi, tappezzati di borraccine morbide come peluche. Una fanciulla coricata appunto su uno di questi massi, supina, le braccia e le gambe semi-nude.La sua persona esile e ben fatta spicca sul verde tenero di quel tappeto naturale, e i fiori rossi di broccato del suo corsetto un po' lacero sanguinano nella penombra del bosco.E ancora, in chiesa al calar della notte: Superbe treccie nere, tutte nere, narratrici di romanzi e di drammi immani o pietosi, gioielli d'oro e d'argento, stupende membra di cera, mani di vergini cristiane di una suprema e morbida soavit, e colli bianchissimi ed eleganti da veneri greche, pendono sulle pareti gialle e polverose. Qui ancora troviamo una fanciulla, ma non pi la popolana sopita nel meriggio del bosco. signora: vestita di bianco, inginocchiata sui gradini dell'altare, la fronte sulla balaustrata, le mani strette convulsivamente una con l'altra nel fervore della preghiera.Nella notte fonda: Il piccolo mandriano brutto, il volto oscuro come l'albagio del suo ferraiuolo, ma nei suoi occhi cuprei dal bianco azzurrino e l'iride piena di un languore profondo, splende un raggio pensoso che tutta una rivelazione: forse il piccolo pastore gi poeta e nell'interno della sua mente vergine e selvaggia come le montagne rocciose su cui scorrono i suoi giorni deserti, gusta pi che qual siasi artista colto e fine la poesia ineffabile, piena di volutt sovrumane e spirituali; del silenzio azzurro dell'alta notte plenilunare.Due racconti, infine, tornano sul tema dellamore tragico, difficile, in ambienti per molto differenti.In Romanzo minimo la Deledda ci trasporta in un mondo quasi borghese, tra i ricchi possidenti di paese e la borghesia di citt, che anche stato il suo mondo. Qui non vi sono toni cupi, feroci, ma il racconto dellamore infelice di un giovane che perde la sua amata quando deve lasciare il paese per laurearsi a Cagliari. Il modo nel quale la vicenda si svolge amaro. Triste,ma non appunto feroce, cupo. in fondo un dramma borghese, con un'ambiguit di fondo nella figura della giovane donna.In Sartu, nell'ovile, ci trasporta ancora nel mondo duro dei pastori. Ancora una volta un paesaggio bellissimo fa da sfondo a una storia drammatica di sentimenti, che i protagonisti chiusi nel loro piccolo mondo non riescono ad esprimere, ferendosi crudelmente a vicenda. C'era un fresco incantato, l sotto. Dai massi sovrapposti dell'altura piovevano grandi grappoli di rovi verdeggianti e di biancospino fiorito. Le rose canine, diafane, sfumate in colore d'ambra, olezzavano acutamente, e il ruscelletto attraversava gorgogliando il sentiero per poi sparire tra le alte ferule anch'esse fiorite, di cui Manzla teneva ancora un grosso e lungo gambo fra le mani. un storia di passioni violente, di amori assoluti, come nel racconto precedente, incastonati nel mondo semplice dell'ovile, con figure sagge di vecchi che infine sanno come vanno le cose, e assistono muti, fino a quando con una frase danno un finale alla storia.Ho inserito numerose citazioni di brani, e ho riassunto in dettaglio le trame, perch credo, come ho detto all'inizio, che la Deledda con questi racconti stesse sperimentando lapproccio, che poi diverr la sua cifra prevalente, al mondo pastorale sardo, che conosceva e che aveva studiato per la sua raccolta di tradizioni popolari. Vi una evidente ricerca di moduli stilistici anche diversi, con sardismi (mi sono dormito),ma anche con un italiano che specie in alcuni dialoghi sembra stridere con l'atmosfera da lei creata.Appare gi evidente la maestria nel legare i paesaggi naturali, di straordinaria ricchezza, ai sentimenti, alle passioni degli uomini e delle donne, spesso come contrappunto alla durezza e selvatichezza dei personaggi, spesso in contrasto col dramma che si svolge tra persone indurite, che pure vivono in atmosfere incantate. Vi quindi la fiaba, il mondo delle leggende che si mescola a quello reale, senza che sia chiara la distinzione, anzi volutamente lasciata nellambiguit. A volte si ha l'impressione di proposte stilistiche che vogliono essere quasi prove, assaggi; come nellassai frequente ricorso a paralleli inaspettati con raffinate opere d'arte, da Caravaggio per descrivere un gioco di luce ad una madonna del Quattrocento per il volto delicato di una fanciulla, a Mozart nel racconto borghese, alle poesie di Heine. Come lettore, personalmente rimango spiazzato da questo improvviso spaesamento, che porta fuori dalla atmosfera arcaica e pastorale, ove vivono uomini dalle passioni forti e come ineludibili, attraverso il ricorso a citazioni colte che dicono molto sulla cultura che in quegli anni la Deledda si va formando, da autodidatta e lettrice, come lei stessa dice, disordinata, ma che in qualche modo, ancora una volta, sembrano rifiutare i canoni del verismo.In definitiva, un'esperienza stimolante, una introduzione felice al complesso mondo che la Deledda non si stancher di descrivere con una sempre maggiore profondit e adesione spirituale, raggiungendo uno stile originale che la pone fuori da scuole e correnti specifiche.Guido Clemente1